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Sterilità: cause sociali e prevenzione
Il Fattore età
Lo stile di vita
Fumo e infezioni
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A parte fattori da inquinamento (probabili, anche se non definiti nella loro rilevanza), la causa di gran lunga più importante sta nel fatto che ci si attarda troppo nella ricerca di prole: nei paesi europei l’età media della 1a gravidanza è passata dai 24 anni degli anni 60-70 ai 31 dell’ultimo decennio. Si tratta di un problema di grande rilievo, solo in parte prevenibile. Altre cause prevenibili sono legate alle infezioni a trasmissione sessuale e allo stile di vita, in particolare fattori nutrizionali e fumo.

Il fattore età

  La fertilità femminile è al suo massimo tra i 20 e i 24 anni, diminuisce relativamente poco sino ai 30-32, quindi declina progressivamente, in modo più netto e rapido dopo i 40. Nell’insieme, rispetto ai 20-24 anni, i tassi di fertilità diminuiscono del 4-8% nelle donne di 25-29 anni, del 15-19% in quelle di 30-34 anni, del 26-46% in quelle di 35-39 anni, e del 95% in quelle tra i 40 e i 45; dopo i 45 anni le possibilità di gravidanza, sintantoché dura la funzione ovarica espressa dalle mestruazioni, non sono nulle (solo il 92% delle donne è definitivamente sterile all’età di 50 anni), ma si tratta di eventualità sporadiche e assolutamente non prevedibili né gestibili da parte del medico. La riduzione della fertilità femminile è molto limitatamente dovuta al verificarsi, col passare del tempo, di fatti patologici: al di là dei 35 anni vi è più elevata frequenza di danni anatomici alle tube (per processi infettivi o esiti aderenziali di interventi chirurgici), di fibromi (che sporadicamente causano infertilità) o di endometriosi. E’ dovuta fondamentalmente al fatto che col tempo vi è una riduzione, ineluttabile e progressivamente accelerata (anche se con rilevanti differenze tra un soggetto e l’altro), nel numero e nella validità biologica di cellule-uovo disponibili. La maggior frequenza di cellule-uovo anomale nelle ultime fasi riproduttive si traduce anche in maggiori probabilità di aborto spontaneo, e anche (cosa assai più nota) di anomalie cromosomiche nel nascituro. Infatti, la riduzione dei parti con l’avanzare dell’età riflette non solo calo della fertilità ma anche un aumento del rischio di aborto. Il tasso di aborto spontaneo (clinicamente rilevabile, in quanto molti aborti precoci sfuggono) è generalmente basso e stabile prima dei 34 anni (7-15%), salendo nettamente a 35-39 anni (17-28%) e ancor più al di là dei 40 (34-52%). Nell’insieme il tasso di aborto (rilevabile o non rilevabile) in donne al di sopra dei 40 eccede il 50% e potrebbe arrivare al 75% (Speroff , 2005).

  L’ineluttabilità e l’importanza del fattore età sono confermate dai dati della PMA. In Italia, come in tutto il mondo, la “resa” della FIVET è nettamente influenzata dall’età della donna: rispetto ai risultati ottenibili in donne d’età inferiore a 35 anni, le percentuali di gravidanza si dimezzano nelle donne di 40-42 anni e si riducono di 4 volte in quelle d’età pari o superiore a 43 anni. Nelle casistiche statunitensi la percentuale di gravidanze a 40 anni è del 14% (non dissimile, per quell’età, dalla media italiana), si riduce al 3% a 44 anni e all’1% per età superiori. Anche la più alta frequenza di aborto è confermata, per le età più avanzate, dall’esperienza della FIVET: 19% per età inferiore ai 35 anni, 24% tra i 35 e i 39, 38% tra i 40 e i 42 anni, e più del 50% sopra i 43 anni.

Una percezione distorta

  Il ritardo nella ricerca della gravidanza rappresenta quindi veramente un grande problema. Le cause sono molteplici, in gran parte non prevenibili. Si tratta infatti di rilevanti fattori d’ordine economico-sociale: difficoltà per un posto di lavoro stabile, per la casa, per avere un aiuto nella cura del figlio (distanza della propria abitazione da quella dei genitori e parenti, etc). Vi è tuttavia un punto, su cui le istituzioni e le società scientifiche si stanno muovendo, che, perlomeno in una parte dei casi, potrebbe avere una qualche utilità, ed è l’informazione.

Vi è da 1-2 decenni, e ancor più negli ultimi anni, una percezione distorta, e troppo ottimistica, sulla possibilità di ottenere un figlio in tarda età. Ad esempio, di recente sono stati pubblicati i dati su un gruppo di donne californiane sottoposte a FIVET al di là dei 40 anni (Mac Dougall et al 2013): il 30% pensava che la fertilità declinasse lentamente sino ai 50 anni e il 44% si sono dette “shoccate” e allarmate nello scoprire di quanto fosse inaccurata la loro percezione del declino della fertilità legato all’età; il 28% ha auspicato una più corretta informazione negli anni giovanili e il 23% ha dichiarato che con più informazioni sul declino della fertilità avrebbero cercato di concepire in più giovane età. Tuttavia, il 46% ha riconosciuto che anche se avessero avuto una migliore informazione, le circostanze della vita non avrebbero permesso loro di cercare prima la gravidanza. E’ da considerare che la FIVET negli Stati Uniti è a pagamento e costosa, quindi le donne di questa casistica non risentivano molto dei problemi d’ordine economico e sociale che gravano sulla maggioranza delle coppie. Alcuni recenti studi effettuati in differenti Paesi occidentali indicano che la percezione del legame tra avanzare dell’età e riduzione della fertilità è ancora più distorta nei giovani, anche se di buona cultura come gli studenti universitari. La possibilità di gravidanza è ampiamente sovrastimata soprattutto per età tra i 46 e i 50 anni, almeno 6 volte di più di quanto in effetti sia. Ancor più ottimistiche sono le aspettative per i risultati della FIVET al di là dei 40 anni. A questo contribuisce molto la modalità con cui i “media” trattano delle gravidanze tardive in persone celebri; nella più gran parte dei casi si tratta di gravidanze ottenute tramite l’impiego di cellule-uovo “donate” da donne giovani, ma questo, anche per ovvi motivi di riservatezza, non viene evidenziato. Si attribuisce quindi il risultato solo alla tecnica di fecondazione in vitro o anche eventualmente a procedure anti-aging.

  Una novità in questo settore è data dal cosiddetto social egg freezing, il congelamento di cellule-uovo (oociti) per motivi sociali. Il congelamento degli oociti non fecondati è un progresso cui hanno contribuito in modo rilevante i ricercatori italiani (Porcu 2010). Nella pratica della FIVET rappresenta ormai una valida alternativa al congelamento degli embrioni. Di grande utilità si è rivelato per mantenere una speranza di fertilità in giovani donne da sottoporre a trattamenti d’ordine oncologico dannosi per la funzione ovarica (in una parte di questi casi è impiegabile l’alternativa del prelievo e del successivo reimpianto di tessuto ovarico).

  Il social egg freezing consiste nel prelevare un certo numero di oociti nell’età più fertile, conservandoli per un uso (tramite FIVET) in età più avanzata. Si tratta di una procedura di indubbio interesse, con alcuni limiti e preoccupazioni. A parte i costi, e i se pur limitati rischi legati alla stimolazione ovarica e al prelievo degli oociti, il problema principale sta nel fatto che non vi è garanzia che se ne ottenga, a tempo desiderato, una gravidanza. Altri problemi derivano dal fatto che le gravidanze sopra i 40-45 anni sono gravate (per fatti biologici legati alla gestazione e quindi indipendenti dalla validità dell’oocita) da almeno il doppio di complicanze in grado di compromettere la salute della madre e del bambino. Un ulteriore potenziale problema, attualmente non definibile nella sua entità, è che una 1a gravidanza in età avanzata comporti un maggior rischio di tumore mammario: i dati disponibili indicano che se il rischio è pari ad 1 per le donne con 1a gravidanza in età inferiore ai 30 anni, il rischio sale (in media) ad 1,2 per 1a gravidanza in età superiore ai 30. Comunque, di questo accorgimento, il social egg freezing, si sentirà parlare molto nel futuro (anche per la pubblicizzazione da parte dei centri che se ne occupano), con un risvolto indubbiamente favorevole: evidenziare l’importanza del fattore età, contribuendo all’informazione, l’unica, limitata, possibilità di prevenzione.

  Il medico dovrebbe considerare il potenziale problema sempre, anche in una giovane che sia ben lontana da volere o poter avere una gravidanza. Non si tratta (in linea di massima) di far eseguire gli esami che danno un’indicazione sulla riserva funzionale dell’ovaio (opportuni invece in una donna che già cerchi la gravidanza). Si tratta invece di badare alle situazioni che aumentano il rischio di una menopausa prematura (inferiore ai 40 anni), ad es. fatti autoimmuni o famigliarità. Anche per quanto riguarda la fisiologia, l’età della menopausa materna fornisce, in linea di massima, un’indicazione: nelle donne le cui madri hanno avuto una menopausa precoce (tra i 40 e i 45 anni) gli indici di riserva ovarica declinano con una velocità doppia rispetto alle donne le cui madri hanno avuto una menopausa tardiva (superiore ai 55 anni). Al di là degli orientamenti che questi dati possono dare, vale soprattutto il concetto che quando una coppia, sicura del proprio legame affettivo, desidera dei figli, e vi siano le condizioni economiche minime, prima cerca la gravidanza meglio è.
 



Ultimo aggiornamento Lunedì 08 Luglio 2013 23:32